Cos’è lo smart working: innovazione e regole attraverso il Jobs Act

Dic 14, 2016

Cos’è lo smart working?

In una società in continua evoluzione, nemmeno il posto di lavoro poteva rimanere più lo stesso. Le normali interazioni faccia-a-faccia sono state totalmente stravolte dall’introduzione delle nuove tecnologie nella vita di tutti i giorni: una delocalizzazione del nostro vivere comune che affonda le proprie radici nei nuovi strumenti e a questi si lega indissolubilmente.  Lo abbiamo potuto constatare parlando di comunità e sentendole poi trasformate in community a distanza sui social network; lo abbiamo realizzato quando abbiamo visto partiti e movimenti politici nascere dalla rete tra persone che non condividono lo stesso luogo; lo potremo comprendere, a maggior ragione, ora che anche il nostro lavoro non è più vincolato a spazi comuni e a uffici. L’introduzione del cosiddetto smart working è quindi un’altra dimostrazione dei cambiamenti in atto nella nostra società.

Ma cos’è lo smart working realmente?

E’ stato tradotto in italiano in  lavoro agile, tralasciando in parte il vero significato di smart, cioè intelligente, conveniente, furbo. Lo smart working è una prestazione di lavoro subordinato che può essere eseguita parzialmente all’esterno dei luoghi aziendali, diventando così sinonimo di agilità, libertà di scelta e convenienza di gestione. Rimangono ovviamente i limiti di durata massima dell’orario di lavoro, derivanti dalla legge e dalla contrattazione collettiva, ma molti impiegati potranno rendere la propria prestazione comodamente da casa. Il tutto permesso, come dicevamo, dalle nuove tecnologie. È quindi un nuovo modo di lavorare, che rivoluziona la giornata del singolo e gli permette una migliore coniugazione degli impegni con la propria vita privata. Questo implica certamente il bisogno di una regolamentazione ufficiale, sia in termini di sicurezza che di funzionamento, ma sembra poter stravolgere la visione oppressiva e vincolante che molti dipendenti hanno del proprio lavoro.

Non è quindi una nuova tipologia contrattuale, ma il tentativo di incrementare la produttività aziendale attraverso la flessibilità. In questo senso, le ricerche condotte dagli Osservatori Digital Innovation della School of Management del Politecnico di Milano sembrano dare ragione ai promotori di questa nuova forma del lavoro. Le aziende, che hanno provato a capire cos’è lo smart working attraverso la sperimentazione, hanno riscontrato un notevole risparmio di tempo (essendo venuto meno il bisogno di spostamenti) e di costi di gestione, oltre a un effettivo aumento nella produttività.

Se da una parte viene  elogiata la dimensione sempre più umana del lavoro agile, dall’altra i detrattori di questo progetto ne hanno messo in dubbio l’effettiva realizzabilità. Le difficoltà di organizzazione a distanza sono lampanti, la fiducia nelle capacità di autogestione dei singoli non è data per scontata. Servirebbe quindi un cambiamento profondamente culturale, attraverso una nuova formazione e una più attenta educazione del personale. Questo e molto altro è stato discusso in sede legislativa, da cui è nato il Jobs Act.

La nuova e discussa legge 78-2014 ha cercato di regolamentare anche questa novità, definendo meglio cos’è lo smart working. I primi articoli hanno garantito pari dignità allo smart working, che:

  • deve sempre essere subordinato a un accordo scritto tra le parti, che disciplini le modalità della prestazione resa fuori dagli uffici;
  • può essere a tempo determinato o indeterminato e rescisso solo in presenza di un giustificato motivo;
  • a parità di mansioni svolte, deve essere riconosciuto untrattamento economico e normativo non inferiore a quello riservato a qualsiasi altro lavoratore.

Ma se le tutele sono fondamentali, lo stesso peso hanno anche i doveri. Nel Jobs Act viene fatto implicitamente riferimento alle nuove forme di responsabilità e di regolamentazione che saranno a carico del datore di lavoro. Se il lavoratore “smart” dovrà avere un nuovo tipo di organizzazione e atteggiamento, il datore avrà il ruolo di supervisore disciplinare a distanza e di garante della protezione dei dati, che saranno utilizzati fuori dalle più sicure mura aziendali. Gli obiettivi dovranno essere espressi e definiti nell’accordo individuale e le piattaforme di comunicazione dovranno risultare consone alla nuova forma di lavoro.

Ecco che il cerchio si chiude. Le innovazioni tecnologiche che hanno permesso l’ideazione dello smart working, ne chiamano di nuove e di più efficienti per permetterne l’effettiva attuazione. Una rivoluzione costante, verrebbe da pensare. La verità è che al momento il lavoro agile avrà bisogno di continue revisioni e regolamentazioni, tecnologiche e non. Così che lavorare in modo smart, oltre a essere un grande successo del mondo digitalizzato, possa diventare un vero passo avanti nell’umanizzazione delle condizioni di lavoro.

 

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